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FU IL RITORNO

Questo articolo – a cura di Ph.D. Simonetta Milani – è l’estratto del seminario di Elisabeth Rochat de la Vallée tenutosi a Bologna sabato 16 dicembre 2023.

Cosa significa il ritorno?

Si tratta di una regressione, una via negativa, o di una via mistica

ma soprattutto a cosa si fa ritorno?

Con grande maestria e profondità Elisabeth Rochat de la Vallée ci ha accompagnato nell’esplorare la visione taoista della vita attraverso due grandi testi ancora oggi attuali: il Daodejing e lo Zhuangzi.

Le parole di saggezza di questi testi risalgono al III sec.a.C., epoca in cui non esisteva la definizione taoismo ma esisteva una sensibilità che ha creato quella base che poi si chiamerà taoismo.

La parola ritorno, si può declinare con tre caratteri:

反FAN – 復FU – 歸GUI

Il carattere mostra i due lati di una mano visti davanti e sul dorso, con il senso di “girare la mano”, da cui invertire, ribaltare, inversione, senso contrario, senso opposto, andare incontro.

Fan indica l’opposizione delle parti e contiene l’idea di andare contro qualcosa, nonostante l’opposizione sia intesa come complementare. Opposti ma complementari sono nella mano il dorso e il palmo, così come opposti ma complementari sono lo yin e lo yang. Qualunque cosa quando raggiunge il suo punto ultimo non potrà fare altro che “ritornare”: in estate quando siamo al culmine del calore inizia a tornare il fresco o l’estensione del giorno la cui luce inizia a lasciare posto al buio e viceversa. Fan esprime quindi un ritmo vitale che appartiene – secondo le parole di padre Larre, esperto del Daodejing – alla “logica del vivente” che è ovunque: nel corpo, nello spirito, nelle stagioni, in ogni luogo e che si fonda sul ritorno, sul ribaltamento, sul ritornare ciclico delle cose. Fan al contempo è la possibilità di superare la ciclicità dello yin e dello yang, andare oltre, far ritorno all’Origine di ogni cosa creata, all’origine della vita stessa, all’Uno. Operare il ritorno è un vero e proprio cambio di prospettiva, una vera rivoluzione interiore che consente di iniziare un cammino, un percorso.

Nel testo cardine del taoismo il Daodejing nel cap.40 fan indica il movimento stesso del Dao, a cui occorre conformarsi per dare un senso alla vita e raggiungere la propria vera natura.

復FU

復Fu come ideogramma evoca l’idea di andare e tornare, di qualcuno che cammina, va da qualche parte e poi si gira e torna indietro. Fu è tornare, ritornare, ristabilire, andare e venire, andare e ritornare. Wangbi celebre commentatore del Daodejing spiega che questo “girarsi e ritornare” è ritornare alla Sorgente, all’Origine e situa questo ritorno all’interno del cuore affermando che questo è il fondamento del cuore dell’essere umano e che questo ritorno va compiuto entro un certo periodo, durante la vita. In questo ritorno quiete e azione, parola e silenzio non sono opposti ma vissuti indivisi. L’insegnamento dei grandi maestri era “senza parole”, non come negazione della parola ma vi era qualcosa che passava e andava al di là della parola e del silenzio.

Dentro il ritorno c’è quindi tutto il cammino di ciò che si oppone e al contempo c’è l’andare oltre, al di là di ciò che si oppone.

GUI 歸

歸Gui è un carattere celebre: la parte sx in alto è una specie di paletta per raccogliere la polvere e jin 巾 è un pezzo di tessuto, uno strofinaccio. Etimologicamente significa la giovane donna che si sposava e si dedicava ai lavori domestici (parte destra del carattere).

La parte sx evoca l’idea di movimento, l’andare da qualche parte e poi di fermarsi perché si è arrivati a destinazione. Nel tempo indicherà piuttosto l’idea di raggiungere sé stessi. Il carattere gui contiene questa idea: non so dove vado e in quale posto mi troverò ma so che quando vi arrivo mi sentirò a casa, sentirò che è proprio lì che devo essere. È un grande ritorno, la tappa di una vita spirituale che evolve.

A cosa si ritorna?

Si ritorna all’Origine che è al di là degli opposti complementari.

Il cuore dell’uomo che vive questo ritorno all’Origine, questo ritorno a casa, è un cuore quieto che vive al di là di tutte le opposizioni. È a quello spazio di quiete che il cuore desidera tornare.

Il Daodejing e lo Zhuangzi sono testi capostipiti del taoismo antico che ci parlano della possibilità di questo ritorno.

Il cap. 25 del Daodejing descrive, ciò che in realtà non è descrivibile dal limite delle parole: il Dao “Non conosciamo il suo Nome, lo chiameremo la Via. In assenza del suo vero nome lo chiameremo Grande…”. Il Dao in quanto grande darà vita al Cielo-Terra e alla manifestazione intera. La grandezza del Dao non è intesa in rapporto al piccolo, è una grandezza che va al di là delle misure, è al di là delle cose, della conoscenza stessa.

Il Dao viene descritto come “appoggiato su sé stesso, inalterabile, roteante senza forma e senza usura”, definizioni che trasmettono sia l’idea di movimento che di qualcosa che dura, che è sempre là e che sempre lo sarà, così come la vita si rinnova, sempre presente e sempre nel cambiamento. L’albero attraversa le stagioni, è sempre l’albero ma le foglie cadono, arrivano i frutti.

Al capitolo 1 al Dao viene attribuito la qualità di chang costante, sempre presente, prima dopo e in ogni momento. Il Dao è come se fosse un fiume: è costante, è sempre lì.

Il Dao è dunque la madre di tutto ciò che esiste, è l’infinito potenziale che è dietro a tutte le manifestazioni e che si mostra nel movimento ciclico delle cose. 

La metafora dell’acqua come origine della vita, come fiume che scorre, è spesso utilizzata nei testi antichi per far riferimento all’Uno, al Dao: “Grande per dire che scorre, che scorre spingendosi sempre più lontano. Che lontano nell’andare si rigira (ritorna fan) …”

Il Dao-Via è la vita stessa, che si esprime nella moltitudine di forme di vita ed esseri, e nella loro costante trasformazione, in uno scorrimento senza fine. Se l’uomo aderisce senza opporre resistenza al continuo mutare di tutti i cicli vitali che siano inverno, estate, caldo freddo, yin – yang, esterni o interni, questo produrrà in lui una trasformazione interiore. È grazie a questa adesione che si ha una incorporazione a ciò che sostiene il movimento della vita, una incorporazione all’Origine. Nello scorrere dell’esistenza (Dao) c’è un modello a cui l’uomo si dovrebbe conformare per dare un senso alla propria vita e ritrovare quella parte vera, autentica, naturale che ha perduto nell’allontanarsi dall’Origine.

Lontano dall’Origine l’uomo si perde in strategie, attitudini, per giustificare sé stesso e le proprie decisioni e azioni, ma per il taoismo questo è un allontanarsi dalla vita e avvicinarsi alla morte.

La vera presa di consapevolezza è guardare diversamente le cose, prendere a modello questa vita che è dappertutto, fuori e dentro di noi ma soprattutto è ritornare a quel movimento che è sempre presente.

Il cap. 40 del Daodejing è il più corto, eppure estremamente fondamentale.

“Ritorno fan è il movimento della Via, debolezza il suo uso. I Diecimila Esseri del Mondo sono il prodotto di ciò che c’è (you) Ma ciò che c’è è il prodotto di ciò che non c’è (wu)…”

Ritorniamo all’immagine del fiume: quale è il movimento che sta dietro al movimento visibile dell’acqua e cha fa in modo che l’acqua scorra sempre? cosa opera affinché questo ci sia sempre?

E ’il movimento della Via che è allo stesso tempo movimento e quiete, che è al di là dell’agire e del non agire, del visibile e dell’invisibileÈ fan il ritorno, il ribaltamento, il rivenire: la vita procede per ritorni, per cambiamenti.

Questo si applica anche al cuore dell’uomo, a noi stessi. È fondamentale operare dentro di noi una sana inversione di valori, aderire al movimento profondo della vita che si esprime attraverso lo yin e lo yang, sino a cercare ciò che c’è dietro, andare oltre e ritornare all’origine.

L’insegnamento del Daodejing è chiaro: è una rivoluzione interiore la cui caratteristica è la debolezza. In un’epoca di violenza e potere il Daodejing attua una rivoluzionaria inversione di valori puntando sulla debolezza. Si rivolge agli uomini di potere spiegando che se l’uso della forza non si nutre dell’Origine stessa della vita, è destinata a fallire nel momento in cui inevitabilmente incontreranno qualcuno di più forte che gli toglierà tutto ciò che possiedono.

Cosa fare allora e come operare?

Il Daodejing sostiene l’importanza del cedere, del non lottare, del non contrastare. Una tale attitudine di debolezza non significa rinunciare a sé stessi ma implica il cessare di rapportarsi a valori che non sono nostri.

Il problema reale è ciò che noi poniamo come fondamento della nostra vita: siamo in grado di operare seguendo il flusso naturale della vita senza opporre resistenza, senza reagire?

Il modo efficace di operare è attraverso la debolezza. La debolezza permette di raggiugere quel ribaltamento che condurrà all’origine di tutto ciò che esiste.

La Despeux (traduttrice e commentatrice del testo) evidenzia che occorre avere un agire sempre più vicino al movimento della vita. Chi agisce vicino al movimento della vita attua in sé una personale trasformazione, che influenzerà anche gli altri sospingendoli in modo naturale nel trovare la loro via.

Questa influenza naturale è ciò che si chiama nel Daodejing – de – la virtù del saggio, una virtù che è al di là della coscienza, del sapere e del non sapere e che continuamente riflette il movimento del Dao.

Una tale virtù accompagna il saggio sempre di più verso il non agire, cioè quel agire che non è “personale”, non interferisce né nella propria vita né nella vita degli altri.

Il cap.64 del Daodejing ci ricorda l’attitudine del saggio che vivendo in conformità alla Via è libero e non condizionabile, non manipolabile. “Intervenire è fallire, possedere è perdere. I Santi non intervenendo evitano di fallire. Non possedendo evitano di perdere…”

Nel capitolo 16 il Daodejing ulteriormente specifica come conformarsi al movimento vitale del ritorno, come essere interiormente liberi da ogni sovrastruttura condizionante, liberi di esprimere la propria vera natura.

Anne Cheng (traduttrice e commentatrice del testo) riporta una chiara indicazione:

” Raggiungi il vuoto supremo. Mantieni dentro die te la tranquillità. Nell’abbondante trasformazione delle cose contemplo il loro ritorno (fu). Poiché ogni cosa dopo essere appassita torna alla sua radice. Il ritorno alla radice si chiama quiete, Ritorno al destino. Il Ritorno al destino si chiama costante, Conosci costante si chiama illuminazione”

Il vuoto non è assenza o negazione, al contrario è ricco di tutte le potenzialità ancora non manifeste. È un vuoto fermamente ancorato nella quiete, al di là dell’attività e del riposo.

La via è chiaramente indicata: raggiungere la quiete è raggiungere quel vuoto che poterà l’uomo alla porta dell’Origine, da dove osservare come la vita nei 10000 esseri si manifesta, fiorisce e poi compie il ritorno.

Ognuno espleta la propria attività e in un modo o nell’altro la morte farà ritornare ciascuno alla propria radice, all’origine, così come le foglie cadono dall’albero. La differenza è per coloro che sanno compiere il ritorno durante la vita, prima della morte. Chi compie il ritorno in vita dimorerà nella quiete anche al momento della morte. In quanto essere umano la vita a cui sono destinato mi permette il ritorno, raggiungendo la quiete e quindi il vuoto e il compimento del mio destino. Chi non fa questo cammino andrà contro il senso della propria vita più o meno prematuramente, quando morirà, se dentro di sé ha solo la sua grandezza personale, individuale, per lui la morte sarà distruzione e disastro.

Per cui come vivere sapendo che dovremo morire?

Dovremmo vivere seguendo la Via che è sempre presente e costante, in tal modo avremo accesso alla vita infinita.

Il ritornare all’origine, non è quindi un ritorno nel passato ma il solo modo di vivere pienamente il presente.

La quiete è la base per raggiungere tutto. Il vuoto è quiete, per cui nella quiete possiamo ritornare alla vera natura al vuoto, al Dao.

IL Compiere il proprio destino va al di là della vita personale.

 La specificità del ritorno del Daodejing è questa: non si ritorna solo alla propria vita personale ma alla vita in sé – si restituisce la vita al fiume – e questo non va contro ma con la propria vera natura.

Nello Zhuangzi al capitolo 12 questo ritorno è paragonato a Pu, il legno grezzo, non ancora scolpito che può quindi divenire ogni cosa. 樸Pu è il legno grezzo, il candore nativo che si oppone al legno lavorato.

Al capito 22 Zhuangzi sottolinea come questo ritorno – pur essendo il ritorno all’unità del Tutto – sia difficoltoso e come sia invece semplice solo per il Grande Uomo. Il Grande Uomo sa accettare la vita e la morte, il condensarsi e il dissolversi del qi (energia) come un movimento naturale da accompagnare.

“Ora che siamo diventati esseri (wu), vogliamo ritornare (fu) e tornare (gui) alla radice (gen), ma incontriamo molte difficoltà! Solo il Grande Uomo riesce facilmente! …”

“L’uomo deve la sua vita ad una condensazione del soffio (qi). Finché si condensa è vita, ma non appena si dissipa è la morte…”

Tutto si ritrova nell’unità dell’Uno-Origine: la trasformazione dell’acqua del fiume, il ghiaccio che ritorna acqua che scorre, ogni movimento, l’avvicendarsi delle stagioni, la comparsa e scomparsa di ogni essere, fanno parte di un unico insieme indissociabile.

Colui che non sa partecipare a questo movimento non riesce a vedere l’unità del tutto e non compie il suo ritorno perdendo così la sua vita.

Per Zhuangzi questo ritorno, come citato al capitolo 23, è un “ritornare all’infanzia”, al neonato.

L’immagine del neonato è una metafora per indicare quel momento di vita privo di infrastrutture, ricco di vitalità, senza preconcetti, libero e fiducioso.

Il capitolo conclude sottolineando che tutto ciò che ha qualità, particolarità proviene da una unica origine e la stessa origine al contempo in sé non ha alcuna qualità e particolarità, se così fosse non sarebbe la matrice universale.

Per concludere possiamo dire che il ritorno non è solo un conformarsi all’ordine naturale delle cose e seguire il ritmo della vita ma è andare oltre, divenire il movimento stesso, è come un “confondersi” con la Via e divenire Uno con la potenza che è all’Origine di tutto.

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